“Il futuro del giornalismo è nei dati”: questa è una approssimativa ma efficace traduzione di quanto disse tempo fa, come racconta il Guardian, un signore al secolo noto come Tim Berners-Lee. Se c’è una cosa che giornali e giornalisti oggi condividono sempre di più è che bisogna diffidare delle profezie (l’ultima copia del New York Times è ben lontanta dall’essere stampata), ma di Berners-Lee ci si può fidare un attimino di più, visto che si tratta dell’uomo che ha letteralmente inventato il World Wide Web, quel “www” che precede (quasi) sempre gli indirizzi dei siti internet che visitiamo dai nostri computer, internet che proprio ad aprile 2013 che negli ultimi giorni ha festeggiato i vent’anni dalla nascita (ma cosa facevamo quando non c’era?).

Vent’anni dopo, di strada se n’è fatta tanta, si lanciano anche circostanziati allarmi (come fa Andrew Keen nel suo libro “Vertigine Digitale”) a proposito delle quantità di informazioni che condividiamo ogni giorno su ogni genere di social network, mentre ci registriamo sui siti internet, trasformando la nostra vita personale in dati. Definire cosa siano i dati non è cosa complessa, ma l’importante è chiarire subito che la parola “dato” non si limita a indicare esclusivamente un numero – cosa che invece siamo abituati a pensare in Italia. Il dato è una sorta di molecola informativa, che può essere un numero, una stringa di testo, una data del calendario, una variabile di qualsiasi genere. Per un giornalista può essere una singola notizia, per un cittadino può essere una singola informazione.

Il data journalism è una competenza che si propone di analizzare un certo set di dati (che si chiama in gergo dataset), valutare cosa significa, costruire delle relazioni con altri dati informativi, tirare fuori storie. Per iniziare e rendere l’idea, forse è facile pensare a un gruppo di dati, un ‘dataset’ appunto, immaginando di avere davanti un foglio di Excel, una tabella con delle righe e delle colonne, che hanno al proprio interno dei valori. Detto così è certamente limitativo, ma aiuta a comprendere la prima differenza che c’è tra un giornalista classico e un data journalist. Il giornalista ‘classico’ usa Word (o, meglio, qualsiasi programma di scrittura), il data journalist usa Excel (o, meglio, qualsiasi programma di fogli di calcolo).

E’ probabile che per qualcuno tutto ciò possa suonare molto nuovo (in Italia c’è ben poco di data journalism rispetto all’estero, e per avere una visione complessiva, raccolgo un po’ di link in questa pagina con alcune descrizioni). E’ probabile anche che l’idea di trovarsi davanti a un foglio Excel terrorizzi letteralmente qualcuno che non ha nessuna confidenza con i fogli di calcolo. Ma è altrettanto probabile che queste cose siano più o meno il pane quotidiano per tanti operatori che lavorano nel campo dell’analisi dei dati, per statistici, fisici, ricercatori universitari.

Per rendere tutto un po’ più concreto e tangibile, spiego meglio in che cosa consisteranno i laboratori di data journalism che Action Aid mi ha chiesto di organizzare per il progetto Open Ricostruzione.

Prenderemo i dati che riguardano i lavori di ricostruzione del post terremoto in Emilia, quelli del vostro paese, e perché no, della vostra via. Vedremo in dettaglio quanti danni sono stati causati dal sisma, dove e con quali costi, chi finanzia il progetto di ricostruzione, quando verrà realizzato, con i fondi di chi e per quanto tempo dureranno i lavori.

Per partecipare è necessario portarsi un computer (con una ciabatta per l’alimentazione) e avere un account gmail (in modo che possiamo usare gli strumenti di google docs).

Vuoi partecipare? Iscriviti qui!

Referente del progetto:
Andrea Nelson Mauro
www.dataninja.it